La relazione: l’ingrediente segreto

il

Eccomi! Prosegue il progetto #mammachedelizia e oggi vi porto in tavola un ingrediente speciale, anzi, L’ingrediente “segreto” perfetto per ogni tipo di “ricetta”: la relazione.
Avevo già anticipato qualcosa nel precedente articolo, però andiamo ad approfondire alcuni aspetti fondamentali che, sono certa, vi torneranno utili.
Inizio col dirvi che la relazione è sempre la cornice di senso in cui inquadrare ogni aspetto della vita dei nostri figli e la nostra.

cibo relazione 1

L’alimentazione non fa eccezione, anzi!
Il cibo non è solo ingredienti e preparazione. È comunicazione, identità, cultura, storia, legami (soprattutto per noi italiani, diciamolo).
Per questo è bene interpellare in primis i nostri vissuti personali e contestualizzarli per poterli rapportare a quelli del nostro bambino che, sia ben chiaro, può avere gusti e necessità ben diverse dalle nostre.
Cosa ci piace e cosa no? Come mi sento quando cucino? Quali ricordi ho del momento dei pasti? Cosa ci infastidisce, per esempio, del rifiuto di figlio nei confronti di un pasto? Il fatto che non assaggi perché timoroso e chiuso o che, attraverso il piatto, sembra rifiuti il nostro impegno nel prepararlo? Cosa smuove in me, invece, il figlio che si ingozza o che mangia esclusivamente alcuni cibi?
Per favorire un rapporto sereno tra noi, i nostri figli ed il cibo può essere molto utile riflettere su questi aspetti, eventualmente fermandosi e cercando di chiarire prima di tutto con noi stessi queste dinamiche interne.
Nutrirsi è affettività e, così come succede a noi grandi, i bambini comunicano i loro vissuti anche attraverso il loro approccio al cibo.
Preoccupazioni, gioie, bisogni, regressioni e conquiste passano anche da qui.
Per esempio, può capitare che i più piccoli rifiutino di mangiare o mangiare troppo per dire “ho bisogno di attenzioni, vorrei più coccole”, oppure “sono triste perché ho litigato con il mio amico”… Pensiamola così: quante volte abbiamo lo stomaco chiuso se la nostra giornata è andata storta, o soffriamo per amore, oppure quante volte mangiamo a quattro palmenti quando siamo sotto stress!
Se succede a noi grandi, aspettandoci in cambio atteggiamenti comprensivi e supportivi, perché per i nostri bambini, che per di più sono sprovvisti di tutti gli strumenti cognitivi e di regolazione emozionale che abbiamo noi, non può essere lo stesso?
Interroghiamoci quindi, senza giudizio severo, accogliendo, sui bisogni sottostanti ad eventuali fatiche dei nostri figli, e cerchiamo di dare loro risposte adeguate.
A volte basta davvero un pizzico di consapevolezze e alcuni semplici accorgimenti per vivere più serenamente il tutto.
Vediamone alcuni.

girl-mother-corn-on-cob-768

Tener conto delle fasi di sviluppo del bambino.
Il rapporto con l’alimentazione evolve a seconda dell’età.
A svezzamento iniziato, per esempio, l’interesse verso il cibo è più di tipo esplorativo che alimentare. Il nostro ruolo è quello di facilitatori dell’esperienza: permettere ai più piccoli di toccare e giocare col cibo non è affatto scorretto; avere due posate (una per noi e una per loro) può essere un buon aiuto.
Verso i due anni esplode il bisogno di autoaffermazione: lasciamo che il bambino collabori anche in cucina, fidiamoci sempre delle loro capacità.
L’educazione alimentare -e non- di un bambino non può che passare da quella degli adulti che si prendono cura di lui.
Anche per questo ritorna, e ritornerà sempre, l’importanza dell’esempio.
Un adulto che prepara e mangia con gioia di certo passerà la bellezza e la bontà dentro ad ogni piatto ma, soprattutto, trasmetterà la felicità dello stare insieme.

Esistono associazioni forti tra cibo ed emozioni.
Rendiamo il pasto in famiglia un’occasione piacevole, gioiosa. Se mangiare insieme diventa momento di scontro, inevitabilmente i figli connoteranno il cibo con emozioni negative.
Per stare bene a tavola, facciamo esperienze positive che rinforzino i legami con i nostri figli: rendiamo onore ad ogni pasto di cui ci nutriamo: basta una tavola semplice ma curata, un’atmosfera serena. Fondamentale è il rispetto dei tempi e dei gusti di tutti.
Questo discorso vale anche per legare esperienze affettive appaganti ai cibi più sani: durante i momenti di festa disponiamo frutta colorata e un “bouquet” di pinzimonio verdura di stagione (in rete ci sono esempi bellissimi quanto facili e veloci da creare)

No ai ricatti
“Se non mangi tutto non mangi il dolce\la mamma, la nonna e tutta la genealogia piange” quante volte abbiamo sentito e\o pronunciato frasi simili?
Il ricatto è sempre un’arma a doppio taglio: il bambino imparerà a forzare il suo meccanismo di autoregolazione per far contenti gli altri, il che è negativo di per sé, e per giunta imparerà a ricattare a sua volta instaurando estenuanti quanto inutili giochi di potere e tensioni che tanto inficiano la tranquillità necessaria per condividere il desco.

Dialoghiamo e usiamo le parole-informazione
Se l’esempio è il grande maestro, il dialogo ne è il discepolo che veicola gesti e valori.
Usiamo un linguaggio coinvolgente, sereno, accogliente, che parli a tutti.
Condividiamo le nostre esperienze, raccontiamo dei pranzi in famiglia dove il nonno ci attirava a sé per farci assaggiare quel piatto cucinato con tanto amore dalla nonna, la ricetta segreta della mamma… le esperienze sono infinite e, nella condivisione, creiamo quel legame che è famiglia.
Questo linguaggio del cuore, però, ha bisogno di basarsi e svilupparsi su “parole-informazione”.
Sono parole lontane dal giudizio del “questo è brutto\cattivo”, “mangialo che ti fa bene” ma «saziano la fame di vocaboli, permettono di dare un nome ad ogni sensazione e arricchiscono la “cassetta degli attrezzi” del pensiero» [cit. Federica Buglioni su UPPA anno XIX, n°1\2019]. Sono quelle che parlano ai sensi e dei sensi. Descrivono odori, suoni, colori, percezioni tattili e per questo incuriosiscono. Per esempio, un pomodoro (frutto-ortaggio del mese di #mammachedelizia) potrà essere: tondeggiante, con la superficie suddivisa come se fosse a spicchi (come i Cuore di Bue), ovale, piriforme (come i San Marzano); giallo, arancione, rosso, persino violaceo e bianco; dolce, acidulo, carnoso. E le sensazioni possono cambiare in base a come vengono preparati.

4

Concludendo, la cucina e ciò che le orbita intorno è una palestra ricchissima per tutta la famiglia. Si può dire che è IL luogo di ogni casa, dove i bambini possono sperimentarsi e crescere nelle loro autonomie e i grandi possono tornare anche un po’ piccoli, ma anche avere la preziosa occasione di osservare i propri figli nei loro progressi o supportarli nelle loro difficoltà. IL luogo dove tutti possono imparare il rispetto dell’alterità: gusti, tempi, attese delle portate ma anche dei turni di conversazione.
È il luogo nella casa che più parla di relazione. Vale la pena investire le nostre risorse (e non parlo di quelle economiche) per renderla il più accogliente possibile.

 

Ginestra Moresca

pedagogista ed educatrice

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...