Perchè la nanna si fa meglio nel lettone

Alzi la mano quel genitore che non ha dovuto rispondere alla fatidica domanda: “Ma è bravo/a*? Dorme la notte?”.

Ho delle notizie per tutti neogenitori, per quelli dei più grandicelli ma anche per preparare coloro i quali lo diventeranno: se la risposta per voi è “sì”, siete l’eccezione che conferma la regola, perciò godetevela. Ma in genere la risposta è un candido “no”, ma non per questo dovete sentirvi inadeguati o il piccolo va etichettato come tutt’altro che buono!
È bene precisarlo: tutti i bambini dormono, ma la fisiologia del loro sonno è differente rispetto alla nostra.
Andiamo ad approfondirla in modo tale che, conoscendone le basi, ciascuna famiglia possa scegliere la modalità di addormentamento che le è più congegnale, tenendo conto delle necessità dei più piccoli (necessità, purtroppo, bollate spesso come “vizi”).

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Ho affermato che tutti i bambini dormono, ma è anche vero che tutti i bambini si svegliano di notte. Perché?

Ogni persona dorme seguendo i cosiddetti cicli circadiani, fasi di veglia e sonno che si ripetono nell’arco delle 24 ore, e vengono man mano appresi sin da quando si è nell’utero materno.
I cicli circadiani dei bambini, però, hanno una durata più breve (50\60 minuti) rispetto a quella degli adulti (90 minuti circa). Inoltre, alla fine di ogni ciclo segue un risveglio.
Questo risveglio è breve per noi grandi (tant’è che lo ignoriamo rigirandoci dall’altro lato) ma più lungo per i neonati che ancora non hanno imparato a riaddormentarsi da soli ma che, tranquilli, impareranno a farlo nell’arco dei primi anni di vita.

Questi risvegli avvengono durante il passaggio dalla fase REM e una NON REM.
La FASE NON REM o NREM è composta a sua volta da quattro stadi ed è quella del sonno più profondo che ristora dalla fatica fisica: tutto il corpo è rilassato, il battito cardiaco e il respiro sono regolari. È solo dal terzo mese di vita che tutti gli stadi del sonno NON REM si stabilizzano, perché la melatonina è secreta in misura sufficiente e fissa. Per questo prima dei tre mesi il neonato non dorme mai profondamente ed è tanto facile che si svegli appena sente un rumore o percepisce dei cambiamenti.

La FASE REM è quella onirica, presente sin dalla vita fetale, nella quale i muscoli sono rilassati tanto che il corpo è praticamente paralizzato tranne nelle sue funzioni vitali, gli occhi effettuano rapidi movimenti. È la fase in cui ci si “ripulisce”, elaborandole, dalle fatiche emotive, ed è quella maggiormente necessaria alla crescita del cervello.
Non a caso questa fase occupa alla nascita il 50% delle ore totali di sonno, verso i 2-3 anni si riduce al 25% e solo tra i 3-6 anni, non prima, raggiunge la stessa percentuale degli adulti, circa il 20%: a questo punto il ritmo di crescita dei neuroni e la loro maturazione è tale da consentire una notte intera di sonno. Il risveglio dei bambini è fisiologico e funzionale al loro sviluppo. È così che il bambino allena i suoi neuroni ad avere ritmi di sonno naturali.

A questo dato è bene aggiungerne un’altro: «i bambini sono predisposti a dormire con i loro genitori» (Dettwailer) ed è questione di pura sopravvivenza, di cure prossimali.

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Perché questa affermazione che può far storcere il naso a molti?

Anche qui la risposta sta nella Natura. Siamo gli unici mammiferi a “nascere prematuramente”: per raggiungere un sufficiente grado di autonomia, come avviene per gli altri cuccioli di animali, avremmo bisogno di rimanere almeno altri sei mesi nell’utero materno. Tuttavia, ciò è impossibile: la circonferenza del cranio crescerebbe in modo eccessivo rispetto a quella dello scavo pelvico. Pertanto, nasciamo “prematuramente” e necessitiamo di cure costanti che richiedono la vicinanza dei genitori (specie la madre) e favoriscono quella sana relazione d’attaccamento che attiva un equilibrato sviluppo psicofisico. Il sonno (meglio se condiviso) rientra tra queste cure prossimali.

Se nei primi mesi di vita l’addormentamento avviene quando il bimbo è appagato a livello fisico e organico (è sazio, è pulito, viene cullato, sente la voce dei genitori…), verso il quarto mese subentrano anche fattori psicologici che favoriscono o meno il sonno, oppure lo interrompono bruscamente. Il bambino infatti inizia a percepire la differenza tra sé e gli altri, e la possibilità che questi si distacchino da lui. Quest’ansia da separazione emerge fortemente verso l’ottavo mese di vita fino a circa tre anni; crescendo si aggiungono gli incubi, le paure, l’elaborazione di ansie e stress vissuti durante la giornata.

Come poter comunicare tutto questo, specie quando non si sa ancora parlare o il linguaggio a disposizione è insufficiente? Con il pianto. Mi rendo conto di quanto sia difficile e complicato essere concilianti sentendo urla nel cuore della notte e vedendo singhiozzare il nostro bimbo stretto nel suo pigiamino, quando si è stanchi e si vorrebbe solo dormire, ma il pianto è il linguaggio del bambino, non ignoriamolo. Mai.

[Segue….]

Ginestra Moresca

Questo articolo è stato scritto in collaborazione con Sottocoperta

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