PERCHE’ SEI UN ESSERE SPECIALE, ED IO AVRO’ CURA DI… ME

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– Cosa stai facendo mamma?
– Sto scrivendo un articolo sul “prendersi cura” aiutami un po’… che parola ti ricorda?
– Mhh… curare!
– E per te cosa significa prendersi cura, curare?

– Mandare via il male, il mal di pancia (ogni riferimento non è casuale visto che in questi giorni siamo alle prese proprio con quello).

– E la mamma e il papà cosa fanno per farti passare il male?

– Mi danno i fermenti lattici, le carezze e le coccoline…”
Viola, mia figlia, 4 anni.
È proprio vero che le risposte dei bambini sono mondi.
Questi mondi vorrei schiuderli assieme a voi per gettare pensieri e considerazioni che, mi auguro, possano diventare semi fecondi.
Ho già scritto di quanto fondamentale sia prendersi cura di sé ma cosa significa davvero?
Di fronte a parole così importanti mi piace ricorrere sempre all’etimologia per poter estrarne al meglio la ricchezza.

CURA= dal latino cùra e, nella sua forma più antica, còera riconducibile a cor, cuore.
Nel medioevo si aggiunse l’etimologia “Quia cor urat” che significa “perché scalda, stimola il cuore” dove “urat” può anche significare “consumarsi”.
La radice della parola è ku: osservare, guardare, stare in guardia. Da confrontare anche con il sanscrito kavi, saggio.
Inoltre la parola còera era usata in contesti di relazioni di amore e di amicizia e questo già dice tanto.

Esprimeva l’atteggiamento di premura, vigilanza ma anche preoccupazione nei confronti di una persona amata o di un oggetto di valore.
Ecco la “ricetta”, gli aspetti della cura.

Alla base ci sono dei bisogni che necessitano di essere osservati, ascoltati, riconosciuti e presi in carico.
Per tornare all’esempio del mal di pancia di Viola, il bisogno base è quello di assistenza materiale, quindi quello di svolgere praticamente le azioni di accudimento per alleviare il malessere (dare i fermenti lattici, fare dei massaggi e così via) e organizzarsi a tal fine (per esempio ricordarmi che le medicine vanno date ad una certa ora, lontano dai pasti).
Ma se sono distratta, presa da mille faccende affaccendate potrei non accorgermi del fastidio di mia figlia, potrei sottovalutarlo o sopravvalutarlo.
Ecco un nodo cruciale: per poter prendersi cura dei bambini occorre esserci, stare – fermarsi nel qui ed ora – fisicamente ma anche e soprattutto mentalmente ed emotivamente.

Questo significa essenzialmente fare posto e spazio, entrare in sintonia con l’altro e avere la volontà di conoscerlo. Concedere e dedicare tempo.
Solo in questo modo il bambino potrà percepirsi presente a se stesso, con il suo posto e il suo ruolo riconosciuto dagli adulti, in una dimensione dove il tempo è prezioso e serve alla condivisione e al voler com-prendere, che null’altro è se non la dimensione di un adulto in grado di tenere insieme ciò che nel bambino, nelle situazioni di difficoltà, si separa (vedi quando inizia la fase oppositiva: tocca ai caregiver il ruolo di accogliere tutti gli aspetti del bambino, mediarli e riportarli al bambino in modo tale da potergli offrire strumenti ed esempio per consentirgli, man mano che cresce, di poter fare altrettanto sempre più in autonomia).

Sicuramente tutto ciò non è semplice né tantomeno esclude la dimensione dell’inquietudine e della preoccupazione. Proviamo a vederle e viverle diversamente dall’ansia.
Pre-occuparsi, in quest’ottica, è funzionale a prevenire l’emergenza; è saper vedere prima ed essere in grado di agire prevenendo eventuali aspetti indesiderati e difficili da gestire.
Ma l’etimologia e Viola ci hanno parlato anche con altre parole fondamentali: carezze, cuore.
La cura passa dallo stare che è uno stare vicino.
In una sollecitudine che passa per il corpo, per la gentilezza e la tenerezza.
Il nostro fil rouge che collega tutto è proprio il cuore inteso come disposizione all’ascolto, all’accoglienza, all’empatia per poter costruire un rapporto di fiducia in cui crescere insieme.
La cura, infatti, sorge perché l’esistenza di qualcuno mi sta cuore.
Da qui la voglia di dedicarmi a quella vita in modo responsabile (in grado di dare risposte) e autentico, ossia nel modo che porta il bambino all’autonomia aiutandolo ad assumersi le proprie cure.

Ecco, tutte questi aspetti che ho cercato di illustrare (non basterebbe un manuale per farlo!) declinateli su di voi, nelle vostre vite, a partire dai bambini che siete stati.
Difficilmente sarò in grado di dedicarmi al mio bambino – e più in generale delle altre persone – se non sono capace di prendermi cura di me che, a mia volta, sono oggetto bisognoso di cure.
La cura è circolare: è essenziale che ognuno di noi si ricarichi e attinga energie per poterle donare in modo efficace.
Questo significa saper stare per noi e in noi.

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CARI GENITORI, DONATEVI TEMPO E SPAZIO!
Soprattutto noi mamme (inutile negarlo: il lavoro di cura e il carico immenso che comporta è in maggioranza nostro).
Ascoltate i vostri bisogni date loro una risposta adeguata.
A partire da quella famosa telefonata all’amica del cuore, dai cinque minuti per bere un caffè, dalla piega dal parrucchiere, dalla libertà di dire al proprio figlio: “Tesoro, ora sono in bagno, lasciami fare la pipì in santa pace grazie!”.

Non sentitevi egoisti per questo.
Una volta ricaricati, potrete reinvestire le energie per stare insieme in modo più gioioso e piacevole.
Anzi, vi dico di più, pian piano i vostri figli vi ringrazieranno per questo.
Vivranno quanto stimolante e gratificante sia imparare a far le cose in autonomia.

Che prendersi cura del proprio corpo, avere uno stile di vita sano è soddisfacente.
Capiranno che il mondo e le persone non sono a loro completa disposizione, che ciascuno di noi è custode di desideri e bisogni che vanno tutelati
.
Il consiglio che mi sento di darvi, poi, è riflettere sui vostri modelli di cura: ognuno di noi si occupa dell’altro a partire da come è stato accudito e accolto.
Qui [https://www.nanipittori.it/il-potere-della-presenza/] un piccolo prezioso e-book (grazie a Lisanna per avermi concesso la condivisione) con tante suggestioni «per chi volesse usare questo tempo per conoscere qualcosa di più di sé e del suo essere madre», intanto vi suggerisco un piccolo “esercizio”: chiudete gli occhi. Pensate alla parola “cura”, chi vi viene subito in mente? Quali sono gesti e parole che denotano il suo prendersi cura di voi? Cosa vorreste mantenere e di cosa, invece, avreste fatto volentieri a meno?
Custodite e meditate su ciò che verrà fuori.
Infine siate delicati e gentili con voi stessi, con le vostre emozioni.
Probabilmente in questo periodo di quarantena saranno un groviglio confuso o pensate semplicemente a quando siete stanchi e magari scattano più facilmente comportamenti rabbiosi, alla frustrazione di una giornata andata storta…

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In questi casi come fare?
Accogliete tutto ciò che viene, perdonatevi, chiedete aiuto se serve e, quando sarete calmi, abbassatevi guardando i vostri bambini negli occhi, il vostro cuore all’altezza del loro, e spiegate in semplicità come vi sentite, che avete bisogno di un po’ di tempo, rassicurate i piccoli dicendo che passa.
Le tensioni si scioglieranno nel prendervi cura di voi, della coppia e dei vostri bambini.
Condividete e custodite le gioie e le soddisfazioni.
L’educazione emotiva inizia da qui: da genitori capaci di prendersi cura di sé anche quando richiede fatica; da adulti che sono in grado di dare un nome ai sentimenti e li affrontano chiedendo scusa quando sbagliano, che cercano di porre rimedio e migliorare; da persone consapevoli.

“Abbi cura di te”, quanto bene c’è in questa frase dal sapore materno.
Allora abbiate cura di voi, davvero, è l’unica via percorribile.
“Amerai il prossimo tuo come te stesso”: urge partire da me, lavorare su ciò che sono e sento per poter arrivare, aprendomi, all’alterità.
Amando noi stessi e rivolgendoci agli altri ci identifichiamo e ci facciamo riconoscere come soggetti meritevoli di cura, in un rapporto vicendevole che si arricchisce nella capacità, a nostra volta, di essere persone capaci di cura.

Che grande regalo per noi stessi, per i nostri figli e per il mondo.

Ginestra Moresca

 

Illustrazioni di Enrica Mannari tratte da “Manuale illustrato della felicità”, DeAgostini

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